Rinascimento Sociale

Rinascimento Sociale

I DOVERI 

Alla fine degli anni sessanta con le attività del movimento sindacale si è andata man mano affermando la ricerca ed il raggiungimento ad oggi dei diritti con estensione a fasce sempre più ampie di popolazione, fino a raggiungere ormai l’universalità; si è creata la rincorsa anche sfrenata ai “diritti”, e la tendenza a dimenticarsi dei “doveri”.

Nel momento in cui viene riconosciuto un diritto in capo ad un soggetto nasce un dovere nei confronti di un altro; infatti l’attribuzione di un diritto ad una persona comporta in qualche modo la limitazione di un’altra. Senza doveri non ci sono diritti perché il diritto di qualcuno rappresenta il dovere di altri.

Per raggiungere l’equilibrio del sistema è necessario comprendere quali sono i doveri fondamentali per il funzionamento della Società e automaticamente verranno riconosciuti i diritti. 

Il cittadino che rispetta i propri doveri non sgomita. Non cerca scorciatoie. Si ferma sulle strisce. Non getta mozziconi nelle strade. Aspetta il suo turno per parlare. Non parcheggia sul marciapiede e neanche in seconda fila. Fa il suo dovere. Rispetto al passato, la ragnatela di intrallazzi ha inquinato l’aria e ristretto i confini del galateo civico, il declivio del nostro vivere comune è intaccato dai comportamenti scorretti, a volte spregevoli, diventati prassi abituale.

Serve un antivirus alla cultura della convenienza, perché se non ricostruiamo una società fondata sui doveri reciproci non sapremo nemmeno più godere dei nostri diritti.

E’ significativo che la Costituzione Italiana parli dei doveri. Noi parliamo sempre dei diritti, ma la vera tradizione del costituzionalismo vede i diritti insieme ai doveri.

Noi italiani siamo una comunità, un insieme di individui che condividono lo stesso ambiente fisico e tecnologico, formano un gruppo riconoscibile, unito da vincoli organizzativi, linguistici, religiosi, economici e da interessi comuni.

E’ la lingua l’elemento più fortemente identificativo degli appartenenti ad una comunità. Non vi è dubbio che da questi elementi in buona parte ci appartengono.

Le comunità/collettività hanno interessi comuni a tutti i e fanno gli interessi di tutti.             

In un mondo sempre più caratterizzato dall’individualismo si sta perdendo il valore della collettività. Una società dove prevale l’individualismo è destinata all’anarchia ed alla conseguente disgregazione delle collettività, ed è questa la prima causa del declino della nostra civiltà. Un individualista entra all’interno della società senza prendere in considerazione gli interessi della società.

Un individualista non presta fede ad una qualsiasi filosofia che richiede il sacrificio dei propri singoli interessi per tutte le cause sociali. Gli uomini non sono puramente individui ma membri della società.

Sono state la Repubblica dei partiti e poi la nostra rivoluzione industriale degli anni Sessanta del Novecento, (culminata nel ’68 degli operai, degli studenti, e insieme dei movimenti femminili) che hanno cambiato radicalmente il vissuto di milioni di donne, ma che hanno anche fatto entrare nella nostra storia sociale un individualismo acquisitivo consumista e permissivo, in linea con quanto accadeva nel resto dell’Occidente.

Nella sua sostanza profonda, la società italiana è rimasta quella che era prima del ’68: oligarchica, gerarchica, dove il rango conta sempre più del merito, conformista. Esattamente com’era prima della frattura modernizzatrice, la quale ha avuto tra i principali effetti quello di diffondere nel Paese un grado elevatissimo di edonismo, che non ha riscontro in altri paesi.   La grande modernizzazione ha abbandonato i principi dell’etica tradizionale di stampo cattolico. Dall’altra parte, la modernizzazione ha rafforzato l’antico vincolo corporativo e di gruppo. Come sembra molto aumentato il nostro familismo congenito, grazie al quale oggi i figli restano a vivere in famiglia ancora più a lungo di prima. È questa l’eredità della modernizzazione sessantottesca.

Siamo indietro per quanto riguarda il nostro spirito pubblico, l’autocostruzione di noi stessi come cittadini. Su questo punto, c’è ancora molto da fare. Come c’è molto da lavorare sulla qualità e la tenuta dei nostri legami sociali. In questo senso, possiamo dire che è mancata la funzione guida delle classi dirigenti.

Tranne la Repubblica di Venezia e la monarchia sabauda, nella penisola abbiamo avuto per moltissimo tempo poteri deboli, piccoli, lontani, privi di grandi ambizioni geopolitiche, inclini al lassismo nei confronti dei propri sudditi. Poteri per giunta alle prese con una controparte religiosa antagonista, schierata a difesa in senso lato delle masse popolari di cui si considerava la naturale tutrice. Per questo le masse hanno potuto sottrarsi per lungo tempo all’ azione normatrice, a quella obbligazione politica verso lo Stato che sono all’origine del senso civico diffuso in tanta parte dell’Europa.

L’assenza di disciplinamento è valsa anche per le classi dirigenti italiane. Le quali, a causa sempre dell’assenza di un forte potere statale, hanno potuto prosperare in un sostanziale stato di anarchismo, cioè di esercizio arbitrario delle proprie prerogative e del proprio ruolo sociale.

LA GIUSTIZIA

C’è un principio che in ogni Stato di diritto regola i rapporti fra governanti e governati: il principio dell’affidamento. Non è scritto nero su bianco nei testi normativi, tanto non serve, sarebbe come scrivere che la legge è fatta di parole. Ciò nonostante, la Consulta vi si è riferita in 500 casi, mentre in altre centinaia di decisioni ha usato l’espressione «buona fede», «fiducia», «correttezza» e via elencando.

D’altronde pure la Costituzione evoca il concetto di lealtà (art. 120), non meno che la fedeltà e l’onore (art. 54). Non è un caso, così come non è affatto fortuita l’assonanza fra leale e legale.

Nel nostro Paese le leggi spesso parlano ostrogoto per non farsi capire, per occultare regalie a questa o a quella lobby.

Quando mettono in circolo 35 mila fattispecie di reato – come avviene in Italia – mettendo anche i più attenti al rispetto delle leggi in condizione di inciamparvi senza nemmeno sospettarne l’esistenza.

Quando sono retroattive, stabilendo oggi le regole di ieri  trasformando così l’innocenza in una colpa, e degradando i giudici ad altrettanti poliziotti, come osservava Montesquieu  (La Brède, 18 gennaio 1689Parigi, 10 febbraio 1755, filosofo, giurista, storico e pensatore politico francese), considerato il fondatore della teoria politica della separazione dei poteri.

Quando ipocritamente si qualificano leggi d’interpretazione autentica (furono appena 6, nei primi quarant’anni del Regno d’Italia; ne sono state approvate 150, nei primi quarant’anni della Repubblica), per conseguire effetti retroattivi senza dichiararlo.

O infine quando revocano promesse dettate dalla legislazione preesistente.

C’è una condizione, una soltanto, che può farci accettare la revoca degli impegni assunti dallo Stato. Eguaglianza, ecco il suo nome. La legge leale è una legge eguale, che non separa i figli dai figliastri.

La Giustizia è di tutti, non è riservata solo a coloro che possono permettersi uno studio legale di grido e arrivare anno dopo anno alla prescrizione. La Giustizia non può essere degli intoccabili, che il carcere non lo vedranno mai, che siano i parlamentari o giudici corrotti.

Conosciamo la Giustizia della povera gente, che hanno un avvocato di ufficio e una condanna pressoché certa, e la Giustizia dove il reddito è un elemento sempre a favore dell’accusato, una prova inoppugnabile di innocenza.

La nostra è la Giustizia dalle 250.000 leggi in cui lo stesso Kafka si perderebbe. Una Giustizia supplente della politica scomparsa che si alterna da vent’anni, quando può, alla Finanza nell’amministrare l’Italia. Una Giustizia che applica le leggi create da un Parlamento dove siedono condannati a schiera. Una Giustizia che interpreta la legge dove il Giudice è sovrano nelle decisioni. La legge si applica non si interpreta.

Bisogna costringere Avvocatura e Magistratura – le due facce della medaglia Giustizia a confrontarsi e collaborare, per superare gli steccati che tanto giovano a chi non vuole riformare la Giustizia.