Rinascimento Politico

La politica è necessaria per governare le comunità. Per governare servono: le regole; chi propone le regole; chi ha il potere di approvare e promulgare le regole, chi fa rispettare le regole.

Le regole basilari della nostra comunità si trovano nella Costituzione della Repubblica Italiana. Tutti i cittadini devono avere la possibilità di proporre le regole. I rappresentanti eletti dai cittadini hanno il potere di approvare e promulgare le regole. Il controllo ed il rispetto delle regole e responsabilità della magistratura e delle forze dell’ordine.

L’attuale classe politica fornisce esempi di comportamenti che molto spesso sconfinano nell’illecito. Intercettazioni, cronache giornalistiche, atti giudiziari, restituiscono l’immagine di un gruppo di persone spesso proprietarie di ville su remote spiagge oceaniche o di case con viste strepitose sui più bei centri storici della penisola, intente appena possono a trascorrere vacanze in costosissimi resort esotici, a consumare pranzi e cene in locali da nababbi con le scuse più inverosimili.

Decine di delegazioni di consiglieri comunali e regionali si regalano a spese dei contribuenti viaggi in prima classe nelle mete più lontane e negli alberghi più costosi, così come alti dirigenti pubblici.

Nei grandi Paesi europei con cui amiamo confrontarci, un buon numero di parlamentari italiani sarebbe stato già da tempo, per una ragione o per l’altra, costretto a dimettersi. Difficilmente sarebbero tollerati i cumuli di incarichi e di prebende con cui in Italia alti magistrati e grand commis si permettono tenori di vita elevatissimi. I rapporti tra molti di loro e il mondo degli affari privati sarebbero oggetto di censure e di provvedimenti severi.

Da più di un ventennio, partendo dalla giusta aspirazione ad avere una «democrazia dell’alternanza» anche in Italia si è sostenuto da molte parti che per ottenere questo risultato occorreva superare il sistema parlamentare, nel quale i cittadini eleggono le assemblee rappresentative, e in queste, sulla base dei risultati elettorali, si forma la maggioranza che sorregge il governo fino al giorno in cui essa cambia orientamento o si dissolve. Se poi la maggioranza viene meno e non si riesce a formarne in Parlamento un’altra che interpreti meglio le aspirazioni degli elettori, si va di nuovo a votare.

Il reclutamento della classe dirigente non risponde più alle attese. L’attuale classe dirigente è formata da individualisti, spesso meri autodidatti, di formazione provinciale che non esitano a capovolgere le scelte fatte da chi li ha preceduti, in un continuo ed estemporaneo fare e disfare del processo decisionale.

Il problema della selezione della classe dirigente è sempre più urgente nel nostro Paese: dirigenza politica, economica, amministrativa. Il sistema italiano necessita di una serie di interventi di profonda riforma, che solo una classe dirigente responsabile, preparata, riconosciuta e dotata di senso etico può realizzare. 

Le leggi possono essere buone, anzi dobbiamo sforzarci di migliorarle, ma da sole non bastano. Le idee, come sempre, camminano sulle gambe degli uomini. Anche le migliori riforme necessitano di applicazioni corrette, questo è il nostro principale problema.

All’interno delle comunità nascono sempre più spontaneamente movimenti di cittadini che elaborano e propongono quelle soluzioni ai problemi sociali ed economici che la classe politica non sa trovare.

Serve una scelta politica che incentivi la formazione della futura classe dirigente non in termini di arricchimento personale, ma di stima e considerazione sociale. La classe dirigente è, inoltre, l’unico vero strumento di motivazione delle nuove leve di lavoratori. Troppo spesso questi ultimi sono frustrati per l’assenza di progetti e motivazione e, demotivati, finiscono per perdere la loro potenziale spinta propulsiva.

La classe dirigente deve avere un suo stile riconoscibile, di sobrietà e dedizione all’interesse generale, ed un codice etico comune. È interesse di tutti assicurare una classe dirigente con queste caratteristiche. Si tratta di una precondizione, di un’infrastruttura essenziale, cui il Paese non può rinunciare.

Per garantirci un sistema che si rigeneri continuamente e completamente è necessario che tutte le cariche pubbliche debbano essere a tempo determinato, non più di 5 anni e non più di una legislatura per le cariche politiche. Il perché lo conosciamo tutti. Anche i più onesti, motivati e con sani principi, sono destinati a perdere l’iniziale concentrazione e rimanere inevitabilmente vittime della routine che è la madre di quei vizi che non possono essere concessi a chi gestisce gli interessi della comunità.

Chi vuole dedicarsi alla politica dovrebbe pensare di dedicarsi ad una “missione” che ha uno scopo ed un tempo definito per completarla

Abbiamo bisogno di movimenti che propongano, discutano e decidano, non solo che abbiano o designino un capo. Abbiamo bisogno di elezioni vere, dove si possano giudicare dei progetti, non di un concorso di bellezza fra candidati.

La nuova vera politica deve essere fatta di progetti che determinino in che modo ed in quanto tempo e con quali risorse si risolvono i problemi della società e dell’economia dell’Italia.

In occasione delle elezioni i cittadini dovranno valutare e voteranno i Progetti che i candidati parlamentari intendono portare in parlamento come disegno di legge. Il progetto destinato ad essere trasformato in legge dovrà essere il modello preventivo, realizzativo e gestionale, di ciò che si intende realizzare.

Il pieno coinvolgimento dei cittadini all’interesse per la cosa pubblica può completarsi con la possibilità di presentare delle Petizioni Popolari al Parlamento come previsto dalla Carta Costituzionale italiana ed i referendum non dovranno essere più soggetti al raggiungimento del quorum.

LA DEMOCRAZIA

Il termine democrazia deriva dal greco (démos): popolo e (cràtos): potere, ed etimologicamente significa governo del popolo.

Il concetto di democrazia non è cristallizzato in una sola versione o in un’unica concreta traduzione, ma può trovare ed ha trovato la sua espressione storica in diverse espressioni ed applicazioni, tutte caratterizzate per altro dalla ricerca di una modalità capace di dare al popolo la potestà effettiva di governare.

La prima classificazione della democrazia può essere tra democrazia diretta e democrazia indiretta.

  • Nella democrazia diretta il potere è esercitato direttamente dal popolo, come avveniva nell’antica Grecia, dove i cittadini si riunivano nell’agorà (oggi la piazza).

  • Nella democrazia indiretta il potere è esercitato da rappresentanti eletti dal popolo (il parlamento). L’Italia è una repubblica parlamentare (quindi a democrazia indiretta) che  ha inserito nella sua Carta Costituzionale come unici strumenti di democrazia diretta la petizione popolare, i referendum e l’iniziativa popolare legislativa.

La democrazia è una forma di stato che, nella moderna sua accezione, si è affermata in modo particolarmente significativo nella storia contemporanea. Nell’arco di più di due millenni, il concetto di democrazia ha tuttavia vissuto una continua evoluzione, subendo importanti modificazioni nel corso della storia. Le prime definizioni di democrazia risalgono all’antica Grecia.

Un esempio è il principio aristotelico che distingue fra tre forme pure e tre forme corrotte di governo: monarchia (governo del singolo), aristocrazia (governo dei migliori) e politía (governo di molti), esse secondo il filosofo rischiavano di degenerare rispettivamente in dispotismo, oligarchia (governo di un’élite), e democrazia (potere gestito dalla massa, dittatura della maggioranza, “quantitativismo” politico e per ciò stesso dispotico e autoritario).

Va ricordato, infatti, che nell’antica Grecia la parola democrazia nacque come espressione dispregiativa utilizzata dagli avversari del sistema di governo pericleo. Infatti la parola kratos, più che il concetto di potere (meglio designabile da archìa) rappresentava quello di “forza materiale” e, quindi, “democrazia” voleva dire, pressappoco, “dittatura del popolo” o “della maggioranza”.

Sulla concezione moderna di democrazia hanno avuto grande influenza le idee illuministe, le rivoluzioni dell’Ottocento, in particolare la Rivoluzione francese con il suo motto di libertà, uguaglianza e fratellanza. Sia la carta costituzionale americana del 1787 che quella francese del 1791 vertevano sul principio della separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario). Il suffragio universale, il primato della costituzione e la separazione dei poteri sono le basi della democrazia rappresentativa.

Per il classico Karl Popper  (filosofo e epistemologo austriaco naturalizzato britannicoVienna, 28 luglio 1902Londra, 17 settembre 1994) nel La società aperta e i suoi nemici (1945), il concetto di democrazia si sarebbe sviluppato come una necessità per la forma di governo di garantire i diritti civili e politici davvero a tutti, così da tutelare anzitutto la minoranza. In altri termini, con la democrazia si sarebbero poste norme e regole alla dittatoriale libertà della maggioranza fornendo garanzie alle minoranze, il che avrebbe determinato il passaggio storico dalla più antica forma di democrazia, autoritaria e “quantitativa”, a quella odierna, autorevole e “qualitativa”.

Già Benjamin Constant (scrittore, politico, scienziato politico, nobile e intellettuale francese di origine svizzeraLosanna, 25 ottobre 1767Parigi, 8 dicembre 1830) nel Settecento aveva mostrato le differenze tra la concezione della democrazia degli antichi e quella dei moderni. Il teorico della liberal-democrazia Robert Alan Dahl  (politologo statunitenseInwood, 17 dicembre 1915) parla di tre percorsi storici:

  1. democrazia delle città-stato;

  2. democrazia degli Stati-nazione;

  3. democrazia cosmopolita.

In tale approccio la differenza tra la democrazia antica e moderna sta nel fatto che nella prima prevale il concetto di eguaglianza, nella seconda prevale l’idea di libertà. Per tale motivo, mentre la democrazia antica funzionava col sistema della partecipazione dei cittadini (esclusi gli schiavi, gli stranieri e le donne) tramite i meccanismi del sorteggio e della rotazione, le democrazie liberali si fondano sulla competizione tra candidati e sul meccanismo della delega tramite elezioni.

I DIRITTI DI CITTADINANZA

I diritti di cittadinanza sono l’insieme dei diritti civili, politici, sociali ed etici che sono alla base della democrazia moderna. Essi giungono a una consistente affermazione nel XX secolo. La loro estensione alle classi basse della popolazione dipende infatti dall’evoluzione del concetto di Stato a quello di nazione e da quello di sudditi a quello di cittadini.

  • Diritti civili: libertà di autodeterminazione, libertà di parola, diritto alla sicurezza personale, libertà di culto, libera stampa e informazione, libertà di espressione, libertà di associazione, diritto di sciopero, diritto di manifestazione pubblica; affermazione progressiva a partire dal XVIII secolo.

  • Diritti politici: diritto di elezione, diritto di candidatura politica, diritto di associazione partitica; affermazione nel XIX secolo.

  • Diritti economici: diritto di proprietà privata, libertà di fondare capitali propri, diritto di concludere contratti, libero mercato, libertà di fondare imprese economiche personali; affermazione nel XVIII secolo

  • Diritti sociali: solidarietà sociale (welfare state), assistenza sanitaria universale, pari opportunità di lavoro(per le differenze religiose, etniche, culturali e/o sessuali), diritto di voto per gli immigrati, diritto universale a un’istruzione paritaria; affermazione nel XX secolo.

  • Diritti etici: diritto di decidere sul proprio corpo, libertà dell’orientamento sessuale, uso garantito di sostanze psicoattive (alcool, droghe, stupefacenti), libertà della ricerca scientifica, accesso garantito alla fecondazione artificiale, diritto di aborto, diritto di eutanasia, diritto del testamento biologico, diritto al suicidio assistito; affermazione progressiva dalla fine del XX secolo

DEMOCRAZIA DIRETTA

La democrazia diretta è la forma di democrazia nella quale i cittadini, in quanto popolo sovrano, non sono soltanto elettori che delegano il proprio potere politico ai rappresentanti ma sono anche legislatori aventi il diritto, costituzionalmente garantito, di proporre e votare direttamente le leggi ordinarie e la costituzione attraverso diversi istituti di consultazione popolare e diverse forme di partecipazione popolare.

La democrazia diretta è stata la prima forma di un governo democratico, essendosi affermata nel V secolo a.C. ad Atene.

L’Italia prevede tre strumenti di democrazia diretta: il referendum, l’iniziativa popolare legislativa e la petizione. L’influenza di tali strumenti è, nel complesso, abbastanza marginale.

La Petizione popolare (art. 50 Costituzione Italiana) è marginale perché da sempre ignorata dalle Camere a cui è destinata,  la Petizione non è ancora stata regolamentata con Legge dal Parlamento.

L’iniziativa popolare legislativa (art. 71 Costituzione Italiana). L’iniziativa popolare legislativa è stata vanificata attraverso i Regolamenti interni delle Camere che prevedono che i Disegni Di Legge di iniziativa parlamentare abbiano la precedenza su quelli di iniziativa popolare, in netto contrasto con il principio fondamentale che caratterizza la Democrazia stabilito dal comma 2 art. 1 della Costituzione italiana: “la sovranità appartiene al popolo”. Seppur sia vero che alla fine è il Parlamento a dover realizzare la Legge, è anche vero che la Legge, prima di divenire tale, si presenta inizialmente come Disegno Di Legge, che deve essere discusso ed eventualmente modificato (emendato) dai componenti della Commissione parlamentare competente per materia che lo deve esaminare.

La nota stonata è proprio nelle priorità assegnate alla discussione dei Disegni Di legge in giacenza nelle varie Commissioni parlamentari poiché dovrebbero essere esaminati e discussi prima quelli di iniziativa popolare, essendo il popolo ad essere sovrano.

I referendum a livello nazionale sono di due tipi: Abrogativo (art. 75 Costituzione Italiana) e Confermativo (art. 138 Costituzione Italiana) e sono anch’essi marginali perché le Leggi abrogate dal popolo mediante referendum ex art. 75 Cost. sono state reintrodotte dal Parlamento senza consultarsi col popolo, ma il Referendum abrogativo nazionale secondo la Costituzione italiana è un potente strumento di Democrazia Diretta in quanto è uno strumento di controllo del popolo sull’operato del Parlamento, strumento che è stato ostacolato notevolmente con i paletti imposti mediante la sua legge attuativa (Legge 352/70) e che consistono nell’autenticazione delle 500.000 firme dei cittadini sostenitori da presentarsi in soli tre mesi di tempo (impresa possibile ai soli partiti politici di cui fanno parte i parlamentari stessi). Mentre la legge attuativa (352/70) prevede infatti che soltanto 10 cittadini possano proporre quesito referendario con cui abrogare parzialmente o totalmente una Legge, la legge stessa impedisce poi ai 10 cittadini proponenti il quesito di raccogliere le 500.000 firme di altri cittadini sostenitori per portare l’intera popolazione alle urne.

Le moderne tecnologie elettroniche e di telecomunicazioni potrebbero oggi consentire forme di democrazia diretta (ad esempio tramite la partecipazione di politici e cittadini al dibattito sul web, all’utilizzo della firma digitale per la raccolta delle 50.000 firme per depositare un disegno di legge o le 500.000 per indire un referendum abrogativo).

La Svizzera è l’unico Stato che applica la democrazia diretta a livello nazionale, cantonale e comunale. Il popolo può bloccare una legge o una modifica della costituzione decisa dal parlamento tramite referendum o può imporre un cambiamento legislativo o costituzionale tramite un’iniziativa popolare.

In Svizzera la democrazia ha sia forma diretta che rappresentativa. La fusione delle due forme non è una caratteristica unica della Svizzera, ma rispetto agli altri paesi ciò è accentuato. I cittadini possono sia proporre leggi sia respingere leggi già approvate dal parlamento.

IL DISAVANZO DELLE DEMOCRAZIE

Con il terremoto della finanza mondiale provocato dal Coronavirus si sta facendo suonare un campanello d’allarme generale per tutti i regimi democratici. In particolare per quell’aspetto cruciale che è il rapporto dei governi con le risorse disponibili.

Tutto ha inizio con il suffragio universale, cuore di quei regimi. Nei quali, come si sa, ogni tot anni chi è al potere deve per l’appunto cercare di avere un voto in più dei rivali, dimostrare che i propri risultati (ovviamente limitati) sono superiori alle promesse (potenzialmente illimitate) degli avversari. La questione decisiva è dunque ogni volta la seguente: come ottenere quel voto in più? Nel corso del tempo le risposte si sono andate riducendo in pratica ad una sola: spendendo, impiegando risorse per soddisfare le esigenze o comunque le richieste dei più vari gruppi sociali in modo da ottenerne così il favore elettorale.

Ma spendere significa trovare i soldi per farlo, cioè tassare. Spendere con una mano e tassare con l’altra è divenuta così la regola generale dei regimi democratici. Una regola sempre più vincolante a partire dagli Anni 70 del secolo scorso: allorché alcuni importanti motivi di consenso di tipo politico-ideologico fino ad allora operanti nei regimi democratici (la difesa di certi interessi nazionali ancora largamente sentiti, la necessità di opporsi al comunismo o il ricordo ancora recente del fascismo) hanno perduto di peso o sono svaniti.

Da allora le motivazioni di tipo materiale hanno sempre più rapidamente sostituito quelle immateriali. Tanto più che, sempre a partire dagli stessi Anni 70, la crescita dei redditi, la rivoluzione dei consumi e la comparsa di sempre nuovi beni d’uso quotidiano, hanno cominciato ad occupare sempre di più l’orizzonte delle nostre società, sempre più condizionando le attese degli individui e la formazione della loro stessa soggettività.

In questo modo dal dibattito ufficiale delle democrazie è stato rapidamente espulso ogni elemento ideale. Nelle società democratiche, nelle nostre società, non hanno trovato più spazio un qualunque discorso pubblico riguardante il mondo dei valori personali e collettivi, la qualità della vita individuale e della convivenza, le prospettive del futuro.

Conseguenza diretta ed esemplare, dappertutto, ma specie in Italia, di questo assottigliamento spirituale della cultura democratica, è stata la progressiva perdita di rilevanza e di qualità che ha colpito tanto il sistema dell’istruzione pubblica che l’informazione.

Ed è accaduto così che al di là dell’elemento procedurale, l’unica sostanza delle democrazie sia divenuta la pura e semplice tutela, sempre più ampia, di sempre nuovi diritti per i singoli e per i gruppi. La spesa pubblica ha acquistato, in questo modo, un ruolo assolutamente decisivo nella costruzione del consenso democratico. Dovendo tra l’altro fare i conti con un’ulteriore disposizione psicologica tipica delle democrazie: che ciò che è concesso una volta diviene di fatto irrevocabile.

Opportunità, elargizioni, benefici e diritti vari, una volta riconosciuti o dispensati possono solo aumentare, mai diminuire.

Ma il meccanismo del consenso attraverso la spesa pubblica, attraverso sempre più spesa pubblica, diventa alla lunga insostenibile, specie se per qualunque ragione il ciclo economico rallenta o si ferma per qualche tempo e il sistema produttivo non genera ricchezza sufficiente da consentire un prelievo fiscale crescente, o tale comunque da soddisfare le richieste che fanno la fila davanti allo sportello della politica e che tra l’altro aumentano proprio quando le condizioni dell’economia peggiorano. È quello che è capitato alle democrazie occidentali per prima all’Italia, negli ultimi trent’anni.

L’economia reale, non ha tenuto dietro al costo della democrazia. È a questo punto che le classi politiche sono state costrette a cercare le risorse necessarie ad ottenere il consenso ricorrendo sempre di più all’indebitamento.

Ed è a questo punto, che i mercati, cioè la finanza, hanno cominciato a diventare gli effettivi padroni degli Stati e dei governi; della società nel suo complesso. Ma il problema non è nella finanza o nella speculazione: è nei deficit di bilancio di democrazie che non sanno essere che democrazie della spesa.

La verità è che una democrazia dei valori, rilanciati dalla politica, non può esistere senza ripensare il suo rapporto con l’economia.

Dopo due secoli e mezzo di esperienza di capitalismo e due millenni e mezzo di filosofia: le società stanno assieme se il provvido egoismo coesiste con la solidarietà, se la competizione non esclude la collaborazione. 

Una difficoltà delle democrazie occidentali e la convinzione diffusa che i diritti acquisiti da ciascuno non possano essere ridotti al variare del contesto.

Negli ultimi trent’ anni, abbiamo perseguito l’interesse personale sia in forma associata, tramite i sindacati per esempio, finanziandolo con un crescente ricorso al debito pubblico, sia in forma privata, nell’ impresa e nella famiglia, attingendo sempre più largamente alle banche, le quali trovano tuttavia nello Stato, e dunque ancora nel debito pubblico, il loro estremo garante.

Quando i conti non tornano più, il problema diventa drammatico. Adesso paventiamo l’eccesso di debito pubblico. Ma forse ci dimentichiamo che tale eccesso si è determinato per salvare l’industria finanziaria che troppo aveva prestato a famiglie e imprese e la democrazia, che la presuppone, ne risulta minata. Una sfida che può essere vinta per via fiscale attraverso una più generosa ripartizione del valore aggiunto tra capitale e lavoro.

E qui sta il punto dove la democrazia della dignità incrocia l’economia di mercato.

I mercati finanziari si ergono a giudici inappellabili e razionali. In realtà, sono costituiti da una moltitudine orientata da un’élite di banchieri d’ investimento, uomini senza patria che servono un interesse di casta spacciandolo per generale.

La politica non ricostruirà una democrazia degli ideali, capace di riconnettere spese e risorse, passato e futuro, realtà e sogno, se non riuscirà a riappropriarsi del potere consegnato alla finanza che pretende lo Stato massimo per sé e teorizza lo Stato minimo per tutti gli altri.

Non è solo l’economia, il fattore che in specie nei Paesi del nostro continente sta mettendo nell’angolo la politica, rendendola in molti casi irrilevante, ancor più dell’economia è la perdita consapevolmente quanto incautamente accettata di sovranità da parte dello Stato nazionale.

Perdita particolarmente sensibile in questa parte del mondo, dove essa avviene, a favore, dell’Unione Europea.

L’assottigliamento della sovranità nazionale rischia di privare della sua ragion d’essere la stessa democrazia, la stessa sovranità popolare: dal momento che questa non è pensabile che nel quadro dello Stato sovrano.

Perché esista la sovranità della nazione, infatti, e dunque l’idea dell’autogoverno, e quindi il meccanismo della rappresentanza, è necessario che esista preliminarmente uno Stato dotato degli attributi della piena autonomia e del comando.

Alla fin fine – come ha spiegato bene uno studioso francese, Pierre Manent (filosofo e professore di filosofia politica – 1949 Tolosa) – il volere delle maggioranze non potrebbe nulla senza il potere dello Stato sovrano. Sia logicamente che storicamente la sovranità popolare presuppone quella statale, e si costituisce facendosene l’erede.

Per capire quale intreccio vi sia tra democrazia e statualità si pensi solo al fatto che è proprio in relazione alla forza minacciosa dello Stato sovrano che si è affermata la necessità difensiva costituita vuoi dalla divisione dei poteri dello stesso Stato, vuoi dalla garanzia dei diritti individuali di libertà.

È sempre l’idea di nazione, infine, è sempre l’esercizio della sovranità popolare direttamente derivata da quella dello Stato, che ha rappresentato il presupposto storico che prima o poi è valso a porre all’ordine del giorno in tutti gli Stati nazionali il grande tema dell’eguaglianza delle condizioni tra tutti i cittadini.

Democrazia e Stato nazionale sono cose per più aspetti sovrapposte. La spinta all’autogoverno non può nascere tra individui sparpagliati, che semplicemente si conoscono. Può sorgere solo all’interno di una comunità data, di un demos per l’appunto, che si riconosca preliminarmente come tale. Cioè come un insieme di persone le quali – consapevoli di condividere un territorio, una storia, dei costumi, dei valori, e del legame che tale condivisione crea – decidono di volersi rendere padroni del proprio destino.

Essendo poi in grado di mettere concretamente in pratica un tale autogoverno disponendo dello strumento indispensabile, cioè di un medium comunicativo adeguato, rappresentato da un comune linguaggio.

Nazione significa precisamente tutte queste premesse dell’autogoverno democratico: un noi che ci fa cosa diversa dagli altri.

LE DIFFICOLTA’ DELLE DEMOCRAZIE

I fallimenti di politica economica più importanti alla base di questa crisi derivano dal campo delle idee economiche; in particolare, dalla proposizione errata che i mercati siano in grado di autoregolarsi. Questa idea radicale, che può essere denominata «fondamentalismo di mercato», è sostenuta dall’ala estremista del movimento favorevole al mercato che ha guidato la conduzione della politica economica negli ultimi trent’anni.

Il fondamentalismo di mercato ha assunto diverse forme e la deregulation è diventata il punto principale, a volte l’unico, nell’agenda di politica economica. L’unica «realtà» era la prospettiva del mercato; ogni tentativo di dare vita a una prospettiva di policy costituiva un’interferenza illegittima ed era considerato un indizio di eresia.

Il secondo problema nel contesto in cui si è verificata la crisi è nelle istituzioni stesse: il divario tra lo spazio di azione dei mercati e quello delle politiche pubbliche non è stato colmato. Le istituzioni preposte alle politiche necessarie per sostenere i mercati continuano a fare capo esclusivamente agli Stati-nazione, che interpretano la sovranità in termini assoluti e rifiutano di riconoscere un’autorità superiore alla loro. È ovvio che in queste condizioni nessuna economia domestica ha i requisiti necessari per funzionare in modo corretto, in quanto manca l’elemento essenziale e insostituibile delle politiche pubbliche.

L’economia domestica è diventata quella globale. Un mercato globale a cui manca la controparte di politica economica non può che essere instabile e mal funzionante. 

Il raggio d’azione di ciò che è pubblico dovrebbe essere uguale o più ampio di quello degli operatori di mercato privati. I circa 200 Stati sovrani sono pubblici solo all’interno dei loro confini; nell’arena globale sono operatori privati. 

L’assenza di un sistema di regole e disciplina internazionali è evidente. I timidi comunicati normalmente emessi dopo la conclusione dei summit internazionali, in cui si afferma che gli squilibri globali devono essere corretti, non sono stati seguiti da una vera pressione di policy e ancora meno da un’azione risoluta. 

Il Fondo monetario internazionale non ha il potere necessario per esercitare la sua supervisione e influenza sui maggiori Paesi. 

Le istituzioni finanziarie spesso aggirano le regole fissate a livello internazionale localizzando le proprie attività in centri offshore, in cui la vigilanza è meno severa.

Il nazionalismo economico ha contribuito all’incubazione degli elementi di instabilità e ha ostacolato la gestione della crisi quando questa è scoppiata.

Infine, la crisi ha le sue radici in un terzo limite del particolare tipo di sistema di mercato che è prevalso negli anni recenti: l’eccessivo restringimento dell’orizzonte temporale nella conduzione degli affari sia pubblici sia privati. 

L’ottica di breve periodo – un tratto del comportamento che appartiene più al campo delle abitudini sociali e delle attitudini psicologiche che a quello delle idee o delle istituzioni – mostra che non abbiamo imparato a padroneggiare il cambiamento rivoluzionario che la tecnologia moderna ha introdotto nella scala del tempo.

L’ottica di breve periodo si è diffusa in tutta la società anglosassone, e non solo. Il segnale più chiaro è l’eliminazione del risparmio, che costituisce la vera essenza della dimensione temporale nelle decisioni economiche. Risparmiamo per il futuro, ma se il futuro non ha valore perché non guardiamo oltre il presente, per quale motivo dovremmo risparmiare?

Il modello della crescita senza risparmi è sostenibile solo se qualcun altro risparmia e concede prestiti. Un’ulteriore prova della diffusione dell’ottica di breve periodo è il restringimento dell’orizzonte temporale della politica economica e del processo politico in generale.

I governi eletti non hanno più il beneficio di un’intera legislatura; la loro legittimità di fatto, e quindi la loro forza, dura fintanto che sono sostenuti dai sondaggi di opinione, come se dovessero essere continuamente rieletti. Pianificare una politica economica pluriennale è un investimento politico altamente rischioso, che pochi politici osano fare. 

La diffusione dell’ottica di breve periodo non è una tendenza passeggera. Deve essere considerata parte di una vera e propria trasformazione antropologica causata dall’improvvisa disgregazione delle scale spaziali e temporali con le quali viviamo.

Nel breve arco di sei o sette generazioni, la tecnologia ha determinato una rapida trasformazione di una scala che è rimasta immutabile per millenni nella mentalità umana.

Grazie alla tecnologia il tempo tradizionalmente necessario per produrre un bene, scavare un tunnel, trasportare merci e persone da un punto del pianeta a un altro, fornire informazioni e fare un calcolo è sensibilmente diminuito.

Se ci riferiamo a un proverbio che esiste in tutte le lingue («Il tempo è denaro»), questa trasformazione costituisce l’apprezzamento di una particolare valuta, il tempo.

L’ottica di breve periodo è insidiosa poiché non considera i molti aspetti della vita umana e della realtà economica per cui la scala temporale non è cambiata. Una prospettiva di breve periodo può prolungare una bolla e ritardare il momento in cui si impongono nuovamente i fondamentali economici; non può sostenere in modo permanente ciò che non è sostenibile.