Rinascimento Economico

Rinascimento Economico

IL SISTEMA FISCALE

Le persone dovrebbero essere tassate sulla differenza esistente fra le somme incassate e tutte le somme spese relative al medesimo periodo di imposta. Con questo meccanismo tutti i cittadini avrebbero un vero interesse ad ottenere forme di certificazione delle proprie spese, al di là di incorrere in multe e sanzioni. Di conseguenza emergerebbe tutto il nero che le aziende realizzano partendo dal commerciante risalendo a tutta la filiera distributiva e produttiva. Allargando la base imponibile si avrebbe come risultato l’aumento del gettito, garantendo la lotta all’evasione grazie al concorso di tutti i cittadini.

Il vero cambiamento è passare da un sistema di controllo ad un sistema che sia vantaggioso per ogni cittadino, avendo per effetto l’aumento della disponibilità di denaro ottenuto tramite una riduzione delle tasse. Più spese certificate “contabilizzo” meno tasse pago, di conseguenza sono più incentivato a consumare creando un secondo effetto positivo virtuoso sull’economia e sulle tasse indirette.

Le moderne tecnologie elettroniche e di telecomunicazioni potranno consentire l’informatizzazione di questo processo attraverso l’uso del codice fiscale che possa trasmettere direttamente all’amministrazione finanziaria tutti i dati relativi ad incassi e pagamenti.

L’imponibile tassabile sarebbe il risparmio ottenuto dalla differenza tra tutti gli incassi e tutte le spese. Con questo meccanismo il sistema si autocontrollerebbe per interesse reciproco, grazie al concorso di tutti.

Ciascun cittadino sarebbe indotto a consegnare il proprio codice fiscale e a richiedere la ricevuta della trasmissione di pagamento all’amministrazione finanziaria, pena il pagamento delle tasse sul reddito non dedotto.                         

Tutti i contribuenti trasmetterebbero automaticamente all’amministrazione finanziaria i dati relativi ad incassi e pagamenti. Ciò comporterebbe una semplificazione dell’iter fiscale evitando ai singoli cittadini di conservare ricevute e fatture ed inserirle nelle dichiarazioni dei redditi.

Non sarebbero necessarie le limitazioni all’utilizzo del denaro contante , la tracciabilità dei pagamenti diventerebbe il normale controllo ed accertamento per tutti da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Per realizzare questa rivoluzione fiscale in sicurezza (cioè considerando la possibile diminuzione delle entrate fiscali) è necessario diminuire la spesa pubblica.

Stato e le amministrazioni locali spendono ogni anno circa 877.000 mln di euro,  deducendo i 370.000 mln che vanno in pensioni e spesa sociale ne restano 407.000 mln. Una riduzione del 25% di queste spese, senza alcun taglio alla spesa sociale, consentirebbe di risparmiare 100.000 miliardi

La completa detraibilità delle spese può portare ad una forte riduzione delle entrate tributarie, specie per quelle derivanti da dipendenti e pensionati (in Italia il 90% delle tasse è pagato da dipendenti e pensionati) ma ad un recupero parziale della totale evasione e ad un aumento delle entrate IVA favorito da una maggiore propensione al consumo ed a un forte recupero dell’IVA evasa.

Per incentivare il turismo ed evitare di penalizzarlo, a tutti i turisti stranieri che entrano nel nostro Paese dovrebbe essere rilasciato un Codice Fiscale per consentire allo Stato di poter restituire la tassa sui consumi a coloro che visitano il nostro Paese.

Con questa necessaria riforma tributaria verrebbe garantita la certezza di diritto tributario verso tutti, da Nord a Sud, assicurando una maggiore fiducia del cittadino nei confronti dello Stato. Grazie a questo sistema si sbloccherebbe lo sviluppo, soprattutto il commercio e il turismo.

I COSTI DELLO STATO

Senza grossi tagli ai costi dello Stato non sarà possibile attuare nessuna riforma fiscale.

La spesa pubblica si divide in spesa pubblica “per lo Stato minimo”, e in quella “per lo Stato sociale”. La prima finanzia la polizia, i magistrati, i soldati. Ossia l’ordine, la giustizia, la difesa. La seconda finanzia i medici, gli infermieri, le medicine, gli insegnanti, ecc. ossia l’istruzione e la salute. Le pensioni sono ambigue, perché sono pagate – attraverso un apposito organismo – a chi è in pensione da chi lavora, quindi sono un trasferimento, non proprio una spesa.

Premesso ciò, la spesa per lo stato minimo è rimasta all’incirca la stessa nel secondo dopoguerra, mentre è esplosa quella per lo stato sociale.

Uno studio edito dal Mulino per l’ Astrid (Fondazione per l’analisi, gli studi e le ricerche sulla riforma delle istituzioni democratiche e sull’innovazione nelle amministrazioni pubbliche), evidenzia che nell’ultimo decennio durante il quale la ricchezza prodotta pro-capite è diminuita in termini reali di quasi il 5%, le uscite correnti al netto degli interessi sono salite dal 37,6 al 43,2% del PIL, raggiungendo il 51,9%, se si considera anche il costo del nostro enorme debito pubblico e i magri investimenti statali.

La Cgia di Mestre ( Associazione Artigiani e Piccole Imprese nata subito dopo la guerra, nel 1945) ha calcolato che nello stesso decennio la spesa corrente è cresciuta di 142 miliardi di euro. La macchina pubblica, ingoia ormai quasi 900 miliardi l’anno.

La Ragioneria generale dello Stato dice che i nostri costi di «amministrazione generale» rappresentano il 18,4% del totale delle uscite, sei punti più della Germania. Se soltanto spendessimo come i tedeschi per far funzionare la burocrazia, potremmo risparmiare  40 miliardi l’anno.

Lo studio Astrid rivela che le convenzioni Consip ( società per azioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ne è l’azionista unico, ed opera secondo i suoi indirizzi strategici, lavorando al servizio esclusivo delle pubbliche amministrazioni) non arrivano al 2% della spesa per beni e servizi, quando è dimostrato che alle pubbliche amministrazioni il metodo delle aste online garantisce una economia media del 20%. Siccome lo Stato spende ogni anno per questo capitolo 140 miliardi, 10miliardi se ne potrebbero facilmente risparmiare utilizzando in modo serio il sistema della centralizzazione informatica degli acquisti.

Lo Stato eroga ogni anno circa 30 miliardi di sussidi diretti alle imprese e altri 30 nella forma di detrazioni fiscali. Le Ferrovie ad esempio ricevono oltre 4 miliardi l’anno.

Una parte consistente della spesa pubblica è in mano alle regioni: oltre 200 miliardi l’anno. Metà viene speso per la sanità, con differenze enormi e giustificate in troppi casi solo da corruzione e malaffare.

L’altra metà della spesa locale serve a far marciare tutto il resto, comprese quelle macchine ipertrofiche e sprecone che sono diventate le amministrazioni regionali si possono risparmiare 20 miliardi.

Migliaia e migliaia di aziende sono sotto il controllo della mano pubblica dei Comuni, delle Province, delle Regioni, dello Stato, ed esse sono per i 4/5 in perdita!

Il patrimonio immobiliare pubblico arriva a 500 miliardi di euro (e si può facilmente immaginare quanto venga a costare la sua manutenzione!).

Tutto questo settore pubblico è controllato dal ceto politico (di destra e di sinistra), per suo utile e vantaggio: si devono nominare i presidenti, gli amministratori delegati, i consigli di amministrazione, i consulenti, e via enumerando, e a ciò provvedono i partiti, sistemando clienti, amici che contano, parenti, e via dicendo.

Si capisce fin troppo bene perché in Italia sia tanto difficile privatizzare! Tralasciamo pure gli incredibili privilegi di cui la casta dei politici gode direttamente.

Infine per finanziare adeguatamente la riforma fiscale occorre agire sui costi della politica (personale, stipendi, rendite, uffici).

IL PATRIMONIO PUBBLICO

Lo Stato italiano è proprietario, direttamente o tramite enti pubblici, di ingenti beni. Gran parte di questi, che forniscono utilità indispensabili per garantire la sovranità dello Stato o la sua capacità di offrire servizi pubblici, non possono essere trattati come fossero proprietà privata del governo in carica.

Alcuni dei beni dello Stato sono costituiti da edifici, acquedotti e terreni agricoli. Altri sono infrastrutture, come strade, autostrade, aeroporti, e porti che richiedono un assiduo investimento in manutenzione. Altri ancora sono beni che i giuristi classificano come immateriali come i brevetti ottenuti con la ricerca pubblica, le partecipazioni pubbliche nell’industria produttrice di beni o servizi. Ancora, importanti beni servono allo Stato per erogare i suoi servizi alla collettività: scuole, ospedali, caserme, università, cimiteri, discariche, ambasciate.

Ci sono poi i beni culturali: statue, monumenti, dipinti, reperti archeologici, lasciti del passato che dobbiamo trasmettere ai nostri successori. Per farlo occorre mantenerli accessibili a tutti godendone in comune. Beni comuni, sono poi i parchi, le foreste, i ghiacciai, le spiagge, il mare territoriale, l’acqua da bere, a loro volta beni di grande valore collettivo il cui ingente valore d’uso non è tradizionalmente patrimonializzato.

Sebbene dotato di un grandissimo patrimonio (fra cui ingenti riserve auree), il nostro settore pubblico è impoverito.

I Comuni sono sul lastrico; gli edifici pubblici cadono spesso a pezzi e il territorio non riceve manutenzione. L’Italia è come un nobile decaduto che non sa gestire le sue ingenti proprietà e continua a indebitarsi per poter mantenere il proprio dispendioso stile di vita.

Proprio come la nobiltà francese finì per svendere i propri palazzi, anche l’Italia, oberata dai debiti, sta svendendo il suo patrimonio pubblico per far cassa e tirare avanti. Eppure se il patrimonio pubblico rimasto fosse amministrato davvero nell’interesse comune si potrebbe ottenere parecchio denaro: molte concessioni (acque sorgive, autostrade, stabilimenti balneari, frequenze radiotelevisive, cave) sono rilasciate molto al di sotto del valore di mercato. E senza che venga dato obbligo a chi le rileva di gestirle anche nell’interesse della collettività.

La Gran Bretagna dando in affitto il suo etere ottiene circa 5 miliardi di sterline l’anno contro i poco più di 50 milioni di euro che ottiene l’Italia.

Una buona amministrazione del patrimonio pubblico richiede soprattutto ordine, chiarezza nelle regole del gioco e democrazia nel decidere sulle cose di tutti. Le regole attualmente vigenti sono obsolete, oscure e quindi agevolmente eludibili. È importante dotarle di innovativi strumenti applicativi. Una legge delega sulla riforma di beni pubblici predisposta dalla Commissione Rodotà contenente chiarezza su quali beni siano comuni e come vadano amministrati non è mai stata neppure discussa.

Si dovrebbe predisporre un piano per dare in affitto il Patrimonio dello Stato a cittadini che presentano seri progetti per lo sviluppo energetico/turistico/agricolo-industriale del Paese.

L’AMBIENTE

L’arresto del consumo di suolo e della frammentazione degli spazi aperti, che si realizza prevalentemente sulle terre di pianura più fertili, per molti agronomi, ecologi, biologi, geologi, è una mossa urgente per non penalizzare ulteriormente il settore agricolo, per non incrementare l’effetto serra, per mantenere l’elevato livello di biodiversità e per evitare quella impermeabilizzazione che assieme a una più attenta gestione del bosco di ritorno sulle terre agricole marginali e a un riordino degli insediamenti esistenti è la misura strutturale per ridurre il dissesto idrogeologico ed evitare i ricorrenti disastri ambientali. .

Ogni giorno settantacinque ettari vengono fagocitati dal cemento e dal mattone, che cancellano tesori naturalistici e paesaggistici, terreni agricoli. Sono un fenomeno che entro i prossimi 20 anni riguarderà 600.000 ettari di territorio.

Paradossalmente, negli ultimi cinquant’anni anche i comuni che si sono svuotati a causa dell’emigrazione sono cresciuti di oltre 800 mq per ogni abitante perso. Un ruolo centrale nel boom del cemento spetta all’abusivismo edilizio, che dal 1948 ad oggi ha ferito il territorio con 4,5 milioni di abusi edilizi, 75.000 l’anno e 207 al giorno, un fenomeno accelerato grazie anche ai 3 ultimi condoni (1985, 1994 e 2003).

Territorio a rischio anche per le cave: nel solo 2016 hanno colpito il territorio escavando 375 milioni di tonnellate di inerti e 320 milioni di tonnellate di argilla, calcare, gessi e pietre ornamentali. I progetti delle grandi infrastrutture, invece, mettono a rischio 84 aree protette, 192 siti di interesse comunitario e 64 International Bird Area. Calano parallelamente le superfici agricole utilizzate. Il risultato è un territorio più fragile: in Italia circa il 70% dei Comuni è interessato da frane che hanno provocato numerose vittime tra morti, feriti e dispersi.

Allarmante anche il rischio desertificazione: il 4,3% del territorio italiano è considerato sensibile a fenomeni di desertificazione” e il 12,7% come vulnerabile.

Possiamo e dobbiamo considerare la salvaguardia ed il recupero dell’Ambiente uno dei settori con i quali contribuire allo sviluppo economico del Paese.

Altro punto importante è la messa in sicurezza del patrimonio edilizio obsoleto per rilanciare i settori delle costruzioni e della progettazione che sono in grave difficoltà.

L’iniziativa che può favorire attività imprenditoriale e creazione di lavoro è la riqualificazione organica e strutturata del patrimonio immobiliare del nostro Paese. Ciò rappresenta una priorità per garantire la qualità e la sicurezza dell’habitat per i cittadini e per promuovere i valori culturali del territorio italiano, costituendo un importante volano economico per il settore delle costruzioni, incentivando la ricerca e l’innovazione tecnologica.

La città nuova dovrà essere pianificata coniugando la necessità di preservare il territorio e mettere un serio freno al consumo di suolo, con un progetto di sviluppo e di trasformazione urbana improntata alla manutenzione, alla riqualificazione energetica degli edifici e a garantire ambienti urbani più vivibili, più verdi e più adeguati alle esigenze dei cittadini.

Il programma può rappresentare non solo il motore di sviluppo dell’economia, ma anche l’occasione per mettere a sistema le politiche europee, nazionali e regionali di rigenerazione urbana includendovi anche le città medie e piccole, dove si produce l’80% del PIL e che rischiano altrimenti di essere escluse dallo sviluppo.

In Italia in media il 55% delle abitazioni è stato costruito più di quarant’ anni fa. Una percentuale che sale al 70% nelle città di media dimensione e al 76 in quelle metropolitane. Nel nostro Paese sono circa 2,6 milioni di edifici da ristrutturare.  La riqualificazione urbana rappresenta già oggi il principale mercato delle costruzioni con un giro d’ affari stimato in 133 miliardi di euro (su un valore della produzione di 213 miliardi di euro).

Gli obiettivi sono la messa in sicurezza, la manutenzione e la rigenerazione del patrimonio edilizio pubblico e privato la drastica riduzione dei consumi energetici ed idrici degli edifici; la valorizzazione degli spazi pubblici, la salvaguardia dei centri storici, la tutela del verde urbano; la razionalizzazione della mobilità urbana e del ciclo dei rifiuti. La manutenzione deve essere finalizzata in primis alla sicurezza e al risparmio di risorse.

E’ necessario affrontare l’abbandono di aree destinate ad attività industriali o commerciali e pensare a una nuova proposta di attività di lavoro e sviluppo economico. Le nuove attività, possono essere fondate sul recupero degli spazi abbandonati dedicandoli all’ agricoltura ridefinendo il futuro del settore agricolo industriale italiano per destinarlo a traino dell’economia dando grande importanza alle colture intensive.

Le tecniche di coltivazione evolute come la coltivazione idroponica, già adottate con successo in paesi come l’Olanda, sono la soluzione che permettono di sfruttare i siti abbandonati. La tecnica idroponica assomiglia più a un processo industriale che a una produzione agricola.

La coltura idroponica consente produzioni controllate sia dal punto di vista qualitativo sia igienico-sanitario durante tutto l’anno. Un altro vantaggio di questo tipo di coltivazione è il minor utilizzo di acqua per ottenere il medesimo risultato, indicativamente di un decimo rispetto la coltura in terra. Da non sottovalutare l’aspetto ambientale visto che l’utilizzo dei fertilizzanti è mirato e non ci sono dispersioni nel terreno.

La coltivazione idroponica dà anche la possibilità di produrre ortaggi con alcuni aspetti della qualità sicuramente migliorati e dotati a volte di particolari requisiti dietetici.

Un altro impiego dell’idroponica è la coltivazione di piante medicinali. Dalla notte dei tempi i prodotti derivati dalle piante sono componenti essenziali della fitomedicina. Più recentemente, le piante sono diventate una fonte importante per la scoperta di nuovi farmaci. Le potenzialità di questo tipo di tecnica di coltura sono enormi, basti pensare ad una nuova industria formata da aziende che coltivino a ciclo continuo prodotti destinati come materia prima all’industria chimica che li trasforma in semilavorati (che possono sostituire quelli prodotti dal petrolio) da destinare alle industrie manifatturiere.

Il recupero dei rifiuti è un’alta grande opportunità che dobbiamo cogliere. Il modello produttivo tradizionale attinge risorse crea prodotti e scarta rifiuti inquinando. I nuovi modelli progettano i prodotti sulla base di cicli di vita chiusi, non dannosi per la salute umana e l’ambiente, valorizzando le componenti che possono essere riutilizzate in perpetuo. Bottiglie di plastica che diventano magliette, scarti di acciaieria che arricchiscono il fondo stradale: le vie del riciclo sono infinite.  Riciclare sempre gli stessi materiali è l’unico modo di compensare la mancanza di materie prime del nostro Paese.

Le nuove miniere non si scavano sotto terra ma nei bidoni dei rifiuti. Per un Paese tradizionalmente povero di materia prime come il nostro, il riutilizzo dei materiali già presenti sul territorio rappresenta una delle fonti primarie di approvvigionamento.

Si può andare progressivamente a scavare nelle discariche, per recuperare i metalli che sono sepolti.

Il nostro è il terzo Paese europeo per dimensione del mercato dei rifiuti urbani , ma solo il 33% viene riciclato e solo il 14% viene sfruttato come combustibile per produrre energia. Il salto di qualità negli altri Paesi dell’Europa è avvenuto con il divieto di gettare i rifiuti delle discariche. In Italia il rifiuto gettato in oltre mille discariche è troppo remunerativo per valorizzarlo come materia prima o combustibile.

L’AGRICOLTURA INDUSTRIALE

Riscaldamento globale e competizione per l’uso del suolo: questi i punti chiave della scarsità di prodotti alimentari e della speculazione sul loro costo: anche i più scettici dovranno ammettere che nell’ultimi anni eventi meteorologici di particolare intensità hanno distrutto parte delle derrate alimentari.

Stessa competizione con le colture destinate ad alimentare i bovini: più popolazione significa più richiesta di cibo, soprattutto di carne. Questo porta a maggiori allevamenti, che richiedono maggiori terreni destinati al foraggio per animali. Sempre meno spazio per le colture alimentari, dunque.

Siccità e alluvioni sono due concause del riscaldamento globale: l’aria, costretta a maggiori concentrazioni di inquinanti, si riscalda, costringendo gli oceani a rilasciare maggiore vapore acqueo.

La recente instabilità globale dei prezzi degli alimenti, la morsa della crisi finanziaria internazionale sembrano essersi stretta attorno al mercato delle materie.  I grandi investitori hanno abbandonato il mercato immobiliare per tuffarsi in quello degli alimenti e della terra, conseguendo così super profitti. Colpa ancora una volta degli speculatori finanziari e naturale conseguenza della crescita della domanda di materie prime proveniente dalle economie dei paesi emergenti.

Il futuro dell’agricoltura italiana merita attenzione, perché riguarda il futuro di tutto il Paese.

Il problema va però affrontato a tutto tondo, intervenendo per promuovere la sostenibilità dell’agricoltura e dell’uso delle risorse e del suolo, ma anche per modificare i consumi, le modalità di approvvigionamento alimentare e delle fonti energetiche, con il risultato di sviluppare virtuose reti di produzione, distribuzione e consumo. È arrivato il tempo di decidere se l’Italia merita un’agricoltura sviluppata, trainante verso la crescita economica, oppure legata a stereotipi completamente superati dai tempi.

Risulta strategico avvicinare produttori e consumatori, accorciare la filiera, costruire un’agricoltura vicina al consumo.

Nel ridefinire il futuro del settore agricolo industriale italiano per destinarlo a traino dell’economia, grande importanza deve essere data alle colture intensive e alla riqualificazione e valorizzazione delle aree dismesse e abbandonate.

IL TURISMO

Noi italiani abbiamo scarse risorse naturali, non abbiamo il petrolio, non abbiamo l’oro, non abbiamo i diamanti, non abbiamo le sconfinate distese di campi di grano del Canada o i pascoli della pampa argentina.

Abbiamo una sola, grande, persino immeritata ricchezza: la bellezza dei nostri paesaggi, la bellezza dei nostri siti archeologici, la bellezza dei nostri borghi medievali, la bellezza delle nostre residenze patrizie, la bellezza dei nostri musei, la bellezza delle nostre città d’arte.

Nel maggio 1980, l’Italia era il secondo Paese del mondo per attrezzatura ricettiva, il primo per presenze estere, il primo per incassi turistici, il primo per saldo valutario. Quattro decenni più tardi siamo scivolati al quinto posto. E la classifica per la «competitività» turistica, che tiene conto di tante cose che richiamano, scoraggiano o irritano.

Abbiamo 45 siti Unesco contro 42 della Spagna, 40 della Cina, 35 della Francia, 33 della Germania, 28 del Regno Unito, 21 degli Stati Uniti. Ma questa è un’aggravante, che inchioda i nostri governanti. Un dossier del dicembre 2010 di Pwc (Pricewaterhouse Coopers è un network distribuito in 158 Paesi con oltre 169.000 professionisti, che fornisce servizi professionali di revisione di bilancio, advisory e consulenza legale e fiscale),  evidenzia che lo sfruttamento turistico dei nostri siti Unesco è nettamente inferiore a quello degli altri Paesi. Fatta 100 l’Italia, la Cina sta a 270, la Francia a 190, la Germania a 184, il Regno Unito a 180, il Brasile e la Spagna a 130.

Dal 1994 ad oggi, in quella che per noi è stata la Seconda Repubblica, mentre il nostro PIL cresceva di 1,9 volte in valuta corrente inflazione compresa, quello brasiliano si moltiplicava per 3,6 volte, quello indiano per 4,9 volte, quello cinese addirittura di 11,5 volte.

Il turismo in Italia è una delle attività più redditizie del Paese (12% del PIL totale).   

Il quadro generale emerso da uno studio dell’ISTAT  sulla capacità ricettiva del nostro Paese rileva che l’Italia è dotata di oltre 33.000 alberghi, dalle 5 stelle lusso a 1 stella; nel 2002, vi erano 33.411 alberghi, cresciuti in 3 anni di un centinaio di unità fino a toccare quota 33.527 nel 2005. Tali strutture, sempre al 2005, offrono 2.028.000 posti letto, distribuiti in 1.020.000 camere (con prevalenza dunque di doppie e in minor misura triple) e 1.003.000 bagni.

Oltre agli alberghi, esistono altre strutture ricettive: il villaggio turistico ed il campeggio spesso dotati di servizi di animazione in quanto pensati per ricevere più ospiti in una sola struttura rispetto invece agli hotel. I villaggi e i campeggi sono 2.411, ed offrono 1.344.000 posti letto.

Sono segnalate infine 11.700 strutture di agriturismo con una capacità complessiva di 140.000 letti, e 10.000 bed and breakfast con 53.000 letti.

In totale, se si aggiungono anche gli alloggi in affitto, l’Italia dispone di 130.000 strutture ricettive e 4.350.000 posti letto.

Il problema del nostro Paese è che noi italiani immaginiamo che tutto ci sia dovuto. Che gli stranieri, per mangiar bene, bere bene, dormire bene, fare dei bei bagni e vedere delle belle città, non abbiano altra scelta che venire qui da noi. Intaschiamo i loro soldi, quanti più è possibile, siamo convinti che questi nostri tesori siano lì, in cassaforte destinati a risplendere per l’eternità senza avere alcun bisogno di protezione, manutenzione e maggiore valorizzazione.

Le gallerie della Tate Britain hanno «fatturato» nell’ultimo anno fiscale 76,2 milioni di euro, poco meno degli 82 milioni entrati nelle casse con i biglietti di tutti i musei e i siti archeologici statali italiani messi insieme.

Il turismo si conferma strategico per il Paese, unica industria che malgrado la crisi funziona.

Serve un piano concreto e completo che riporti l’ Italia, come merita, in cima alla classifica dei Paesi turisticamente più competitivi. In questo difficile contesto è necessario fare Sistema e snellire i passaggi per velocizzare i processi decisionali. Il mercato italiano è costituito per più del 90% da alberghi di proprietà a gestione familiare (le grandi catene incidono per il 7%).

In un sistema così polverizzato diventa estremamente difficile pensare di svolgere un ruolo da player internazionali. Spagnoli, inglesi, scandinavi (per non parlare di americani) si sono attrezzati da tempo promuovendo il loro Paese con organismi istituzionali che agiscono con regole finalizzate a raggiungere obiettivi quantitativi (numero visitatori) e qualitativi (Paesi o target di visitatori particolari).

In Italia serve ciò che è avvenuto nel passato per il commercio al dettaglio con la nascita di insegne sotto le quali si sono uniti in gruppi organizzati i piccoli e medi dettagliati (Conad, Crai, ecc.) che competendo con le grandi catene nazionali della grande distribuzione hanno fatto evolvere e crescere il proprio mercato. Abbiamo beni artistici tutelati dall’Unesco più di tutti nel pianeta. Molti più di Francia o Stati Uniti che ci staccano nelle classifiche turistiche. Il guaio è che questo patrimonio lo usiamo male, ricavandone la metà rispetto a Gran Bretagna, Germania e Francia e un terzo rispetto alla Cina.

La nostra  identità è definita dai nostri tesori artistici e paesaggistici al punto che noi italiani per gli altri «siamo» la torre di Pisa e Rialto e Pompei, la storia dell’arte via via più maltrattata deve essere materia di interesse nazionale. E permeare i nostri figli fin dalle elementari. Investiamo sulla bellezza e sulle teste: è un affare.

In sintesi il prodotto (l’arte, la cultura le bellezze paesaggistiche) lo abbiamo, manca un’efficace politica di marketing indirizzata dalle istituzioni pubbliche con degli obiettivi qualitativi e quantitativi ed una efficace strategia di vendita.

UNA NUOVA ENERGIA

L’energia è fondamentale: l’approvvigionamento energetico è una condizione necessaria per l’esistenza. più una società è complessa e avanzata più energia utilizza. Ecco perché “rivoluzione industriale” è una definizione poco felice della svolta avvenuta due secoli fa. È stata una rivoluzione energetica: abbiamo imparato a sfruttare l’energia solare fossilizzata. La produzione di energia e lo sviluppo sociale sono esplosi negli ultimi due secoli, negli ultimi 20 anni il consumo energetico in Oriente è cresciuto molto rapidamente.

Il continuo aumento della popolazione mondiale, la delocalizzazione di attività industriali in paesi emergenti a basso costo della manodopera e l’apertura dei mercati a livello mondiale e lo spostamento del baricentro dei sistemi finanziari, stanno provocando un aumento dei consumi e dei prezzi delle materie prime.

Secondo un’analisi dellOcse, sta cambiando l’equilibrio globale dell’offerta e della domanda delle risorse. Ciò è evidenziato dai  rialzi dei prezzi reali dei metalli e dell’energia. L’Agenzia internazionale dell’energia sottolinea che la domanda globale di energia primaria potrebbe aumentare di un altro 50% entro il 2035. Senza un sostanziale cambiamento degli attuali sistemi di produzione ad alta intensità di energia, il significato della convergenza economica può essere uno solo: se tutta l’umanità utilizzasse la stessa energia pro capite dei paesi ricchi oggi, il consumo di energia commerciale si triplicherebbe.

E’ necessario adottare un nuovo modello di sviluppo nel quale l’elettricità giochi il ruolo più importante, adottando fonti energetiche diverse dai combustibili fossili.

L’Italia, con una economia di trasformazione e con carenza di risorse primarie deve affrontare il problema energetico, il Paese non sta facendo investimenti nella ricerca del settore.

La storia dell’energia in Italia, condizionata all’origine dalla scarsità di risorse disponibili, è costellata di primati.

C’è da chiedersi cosa ne sarebbe della nostra industria manifatturiera senza quell’insieme di scoperte, frutto dell’ingegnosità italica. A cominciare dalla ricerca e dallo sfruttamento del metano in Val Padana.

Enrico Mattei, avviò nel 1944 in piena guerra, la perforazione del pozzo di Caviaga, a pochi chilometri da Lodi. L’Agip cercava petrolio ma trovò il primo grande giacimento di gas naturale nell’Europa occidentale: una fonte di energia fino ad allora quasi del tutto sconosciuta e considerata una sorta di iattura per le compagnie petrolifere dell’epoca, perché di fatto non esisteva una mercato del gas (in quegli anni il gas rappresentava in tutta Europa meno dell’1% dell’energia complessivamente utilizzata), ma venne sfruttato dalla compagnia petrolifera nazionale dando il via alla metanizzazione del Paese.

Con la convinzione che il gas naturale sarebbe diventato una fonte di energia importante come il petrolio, Mattei, riuscì a ottenere l’appoggio del governo nel proseguire nella ricerca.

La scoperta di Caviaga, a cui seguì tre anni più tardi quella di Cortemaggiore, era destinata a rivoluzionare il sistema energetico italiano e anticipò di alcuni decenni quelle poi effettuate in Olanda e nel Mare del Nord.

Consentì all’Italia di entrare nel campo del gas naturale con almeno trent’anni di anticipo rispetto agli altri Paesi europei. A settant’anni di distanza, proprio il gas naturale si è rivelato tra le risorse maggiormente utilizzate, sia perché più compatibile con l’ambiente rispetto al petrolio, sia perché offre un maggiore rendimento, soprattutto se impiegato nella produzione di energia elettrica.

Altro vanto dell’industria energetica italiana è quello legato alla geotermia, la cui scoperta è ancora più datata. Risale infatti al luglio del 1904, a Larderello in Toscana, il primo sfruttamento della forza del vapore prelevato dal sottosuolo poi trasformata in energia elettrica. Oggi il più grande complesso geotermico mondiale si trova in Italia, a Monte Amiata (l’impianto ha una potenza di 1.400 megawatt ed è in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di tutta l’area circostante).

La partita dell’Italia, si gioca sul campo dell’alta tecnologia: abbiamo sempre precorso i tempi, ce ne siamo dimenticati. Dobbiamo affermare la nostra specificità, altrimenti saremo colonizzati. Le possibilità di competere ai massimi livelli ci sono, ma è tempo di accelerare. I nuovi pannelli fotovoltaici che utilizzano la plastica invece del silicio, costano già il 20% in meno e andrebbero perfezionati per la produzione su scala industriale.

Nell’eolico, nel fotovoltaico e nel solare termodinamico in Italia si sono ottenuti ottimi risultati. Con un programma nazionale sull’innovazione si può innescare un rapidissimo sviluppo di tutte le fonti energetiche rinnovabili.

In Italia la produzione di energia elettrica avviene in gran parte a partire dall’utilizzo di fonti energetiche non rinnovabili (i combustibili fossili quali carbone, petrolio e gas naturale in gran parte importati dall’estero) e in misura minore con fonti rinnovabili (come lo sfruttamento dell’energia geotermica, dell’energia idroelettrica e dell’energia eolica). ll restante fabbisogno elettrico viene coperto con l’acquisto di energia elettrica dall’estero, trasportata nel paese attraverso l’utilizzo di elettrodotti e diffusa tramite la rete di distribuzione elettrica. Il fabbisogno di energia elettrica è comunque solo una parte del fabbisogno energetico nazionale essendo una parte dei consumi energetici, come quelli legati all’autotrazione o al trasporto marittimo, necessariamente coperti dall’uso diretto dei combustibili fossili.

L’attuale mix delle fonti energetiche primarie utilizzate per la produzione di energia elettrica immessa nel sistema elettrico italiano è composto per 43,1% da gas naturale, 35,2% da fonti rinnovabili (9,2% importato), 12,8% da carbone, 1,7% da prodotti petroliferi, 1,2% da nucleare (importato da Francia e Slovenia) ed un 6,0% da altre fonti (fonte: A2A).

Gli impianti da fonti rinnovabili presenti nel nostro Paese coprono oggi il 26% dell’offerta di elettricità.

Quello che avviene su scala globale nelle rinnovabili è paragonabile all’evoluzione tecnologica e di prodotto che si è verificata negli anni Novanta e nello scorso decennio nel settore della telefonia mobile e dell’informazione. La ricerca e sviluppo è fortemente orientata alla messa a punto di soluzioni innovative, in particolare nel solare, nelle bioenergie e nella geotermia, finalizzate ad aumentare l’efficienza e ridurre i costi. In questi settori l’Italia ha imprese di punta, che hanno già un ruolo rilevante nei mercati internazionali.

Gli obiettivi del futuro dell’Italia devono prevedere di raggiungere l’autonomia energetica entro il 2050 così come previsto dalla Danimarca con la produzione di energia elettrica formata al 100% con un mix di fonti energetiche rinnovabili così composto:

-18% idroelettrico. L’energia idroelettrica è una fonte di energia alternativa e rinnovabile, che sfrutta la trasformazione dell’energia potenziale gravitazionale, posseduta da una certa massa d’acqua ad una certa quota altimetrica, in energia cinetica al superamento di un certo dislivello; tale energia cinetica viene infine trasformata in energia elettrica in una centrale idroelettrica grazie ad un alternatore accoppiato ad una turbina;

-14% solare termodinamico. L’ impianto solare termodinamico, anche noto come impianto solare a concentrazione, è una tipologia di impianto elettrico che sfrutta, come fonte energetica primaria, la componente termica dell’energia solare, attraverso tecniche di concentrazione solare e relativo accumulo, per la produzione di energia elettrica. Deve il suo nome al fatto che, oltre alla captazione di energia termica solare già presente nei comuni impianti solari termici, aggiunge un  per la trasformazione dell’energia termica accumulata in energia elettrica tramite turbina a vapore e alternatore come avviene nelle comuni centrali termoelettriche;

– 14% eolico. L’energia eolica è l’energia ottenuta dal vento ovvero il prodotto della conversione dell’energia cinetica ottenuta dalle correnti d’aria in energia elettrica;

– 8% geotermico. L’energia geotermica è l’energia generata per mezzo di fonti geologiche di calore. Si basa sullo sfruttamento del calore naturale della Terra dovuto all’energia termica rilasciata in processi di decadimento nucleare naturale di elementi radioattivi quali l’uranio, il torio e il potassio, contenuti naturalmente all’interno della terra;

– 8% biomasse. La biomassa è la frazione biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui di origine biologica provenienti dall’agricoltura, dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani destinati ad alimentare le industrie, le utenze delle città ed i distributori di energia per autoveicoli, da canalizzare sulla rete elettrica nazionale;

– il 38% solare fotovoltaico destinato all’autoconsumo, da accumulare con utilizzo di batterie durante il giorno per poterla utilizzare in assenza di luce.

I benefici per il Paese sarebbero la creazione di un settore per la realizzazione dei nuovi impianti trainante per la nostra economia per almeno 30 anni e l’eliminazione di costi che gravano sulla nostra comunità con le importazioni di petrolio e gas.

L’INDUSTRIA MANIFATTURIERA

Parlare di industria manifatturiera è cruciale perché significa ragionare di come si mettono in sicurezza occupazione, impresa, competitività, sviluppo.

La base industriale del Paese ha delle eccellenze come la meccanica, che resta il pezzo forte dell’industria italiana. Altra eccellenza, i materiali. Lo vediamo nelle piastrelle, dove i produttori stanno investendo moltissimo su ricerca e sviluppo dei materiali; l’alimentare, il settore che più rapidamente di tutti ha cambiato pelle e ha attratto investimenti anche dall’estero.

Il nostro paese è ineguagliabile nei prodotti che migliorano la qualità della vita. In Asia il made in Italy esercita un fascino molto forte su un potenziale pubblico di 500 milioni di consumatori. Si tratta di un mercato vastissimo che va interpretato e conosciuto. Le nostre imprese devono portare i migliori giovani manager a conoscere realtà come India, Malesya, Korea e la Cina anche nelle aree meno note, come il cosiddetto triangolo occidentale, destinate a diventare le più prolifiche nei prossimi anni. 

L’ andamento economico dice chiaramente che le imprese che non saranno in grado di raggiungere paesi emergenti saranno trascinate in basso dalla stagnazione dei mercati occidentali.

È fondamentale che le nostre aziende sviluppino forme di collaborazione che consentano di marciare insieme verso i mercati esteri promuovendo un’immagine del made in Italy unitaria e questo può avvenire solo grazie al coordinamento della struttura diplomatica.